Strutture antiviolenza, l'esordio dei centri di trattamento dei maltrattanti

Salvagente (foto: mattew waring per unsplash.com)

[18-12-2020 ] Buone notizie dal monitoraggio sui servizi di prevenzione, protezione e contrasto alla violenza sulle donne. Con la diffusione del quinto rapporto regionale sull'utenza che si rivolge alle strutture antiviolenza venete, emerge potenziata la risposta al fenomeno da parte del territorio e delle istituzioni. Inoltre, grazie alla prima rilevazione sui Centri per il trattamento degli autori di violenza lanciata nel 2019 dalla Regione Veneto, sono disponibili per la prima volta i nuovi dati su queste strutture, attualizzati al 15 marzo 2020, raccolti in un rapporto distinto, che aggiunge un tassello importante nelle reti territoriali di contrasto alla violenza domestica e di genere e alla promozione di una cultura in grado di disinnescare le motivazioni profonde che vi stanno alla base. 

 

1 - Report regionale: rilevazione strutture regionali antiviolenza 

Si diceva di un potenziamento della risposta sul territorio: crescono infatti i punti di accesso, che passano da poco più di venti registrati alla prima rilevazione statistica del 2015, ai 60 punti di accesso del 2019, anno cui si riferiscono gli ultimi dati, dove sono conteggiati 25 Centri antiviolenza e 35 sportelli, questi ultimi in forte crescita già rispetto all'anno precedente (+10). Stiamo parlando delle strutture di prima accoglienza al servizio, per una preliminare informazione o ascolto telefonico o primo colloquio. Ad esse si aggiungono poi le strutture ad indirizzo segreto, le 23 case rifugio, una in più rispetto al 2018, strutture che offrono una sede protetta a madre e prole vittime del fenomeno, per una residenzialità che può andare da qualche giorno a qualche mese e che sono trattate nella seconda parte dell'indagine. 

 

Migliora dunque la copertura del territorio regionale per il servizio di prima accoglienza, utile ad intercettare il fenomeno e contrastarne la progressione: il 2019 vede in questo senso il miglior rapporto tra strutture di prima accoglienza e numero di donne residenti - 1 ogni 41.000 residenti - contro il rapporto 1 a 63.000 registrato nel 2016. E, rispetto alle aree provinciali, Venezia si conferma ancora in testa con 14 punti (6 centri antiviolenza e 8 sportelli), seguita da Vicenza con 12, Padova con 10, Verona con 9, Treviso 8, Belluno 4 e Rovigo 3. 

Stranamente i numeri di accesso appaiono in sensibile calo (-19%) rispetto al 2018 (7.127 contro 8.464) e tuttavia questo dato registra negli anni un andamento ondivago, non progressivo. Calano nel 2019 anche le "prese in carico", successive al primo accesso, quando cioè si avvia il percorso di uscita dalla violenza a carattere multidisciplinare e che può durare a lungo, di norma un paio d'anni. Così sui 3.174 casi del 2019, 2.182 sono le nuove prese in carico dell'anno.

 

 

Chi sono le vittime? Si tratta soprattutto di donne di nazionalità italiana (67%), di età compresa tra 31 e 50 anni, coniugate o conviventi e con un grado di istruzione medio alto (diplomate e laureate al 63%). Il il 61% ha un'occupazione lavorativa; è madre e, per i due terzi, di figli entro i 13 anni, quindi molto piccoli. Figli e figlie che a loro volta sono vittime di violenza assistita per il 65%. Il tipo di violenza raccontata da queste donne è soprattutto psicologica, poi fisica ed economica, in forma singola o combinata fra i diversi tipi. Nel caso di violenza fisica, solo un terzo di chi la subisce arriva alle strutture sanitarie. Il rapporto rileva inoltre che sono in leggero aumento le denunce alle forze dell'ordine: 952 in valori assoluti nel 2019, in crescita del 4% rispetto all'anno prima. 

 

L'87% degli autori sono coniugi o conviventi o ex. Solo l'1% è persona sconosciuta, residuando così il 12% di autori divisi tra parenti e conoscenti. È un dato che si commenta da solo, ma che certo risalta le caratteristiche del fenomeno di genere, il fatto culturale che domina le relazioni affettive fra partner, dove il coniuge o il convivente anche quando diventa ex, prevale e prevarica. Non si dà simmetria con le coniugi e le conviventi sui loro partner.

 

L'analisi del rischio di violenza, uno strumento di indagine codificata che consente alla rete territoriale di muoversi con maggiore efficacia, ha valutato la necessità di allontanamento dal maltrattante per il 23% dei casi delle donne accolte (oltre 500), più spesso concretizzatosi con il trasferimento della donna presso familiari e conoscenti o  con l'ospitalità in casa rifugio, ma anche con numerose altre soluzioni che testimoniano una capacità di fare rete davvero encomiabile e che il report analizza approfonditamente.

 

Sul fronte economico il 2019 vede allargarsi la compartecipazione di soggetti privati rispetto a quello pubblico, il quale contribuisce per il 61% dei finanziamenti, rispetto ad oltre il 70% registrato nel 2018. Incide maggiormente la spesa del personale (56% dei costi), che per i 23 Centri antiviolenza vede impegnate quasi 500 operatrici di cui 152 a titolo volontario, per un monte ore di lavoro di circa 96.000, che si traducono in una media di 11 ore al giorno, da lunedì a domenica. Un contingente che merita tutta la nostra gratitudine. 

 

Case rifugio. Sono 23 le strutture rifugio, che hanno offerto ospitalità a 336 persone (163 donne e 173 loro figli/figlie). Diversamente da quanto visto ai Cav, le donne ospitate sono in prevalenza straniere, che per la maggiore hanno sporto denuncia per maltrattamenti e sono passate attraverso i pronto soccorso. Di queste il 35% ha raggiunto un esito positivo, con la ripresa di una propria autonomia personale, abitativa o lavorativo. Anche se in calo, si registra però ancora un 15% di ospiti che rientrano in famiglia, non completando il percorso di uscita dalla violenza. 

 

 

2 - Rilevazione strutture per il trattamento di uomini autori di violenza

Si tratta di 7 centri di recente costituzione, il primo del 2013, l'ultimo del 2019, distribuiti in tutte le province, eccetto Belluno. Risulta favorita così l'area metropolitana di Venezia, che ne conta uno a San Donà di Piave, il Centro Educativo alle Relazioni Affettive (C.E.R.A.) gestito da Fondazione Ferrioli Bo e l'altro a Venezia, il Gruppo Responsabilità Uomini (G.R.U.) gestito dalla Cooperativa sociale Iside. La gestione è svolta di norma dagli stessi soggetti che hanno in carico anche le strutture antiviolenza e che sono per la maggiore privati. Non gestisce centri antiviolenza l'associazione Ares con l'omonimo centro nel vicentino ed è invece unico soggetto pubblico gestore il Comune di Verona per quanto riguarda lo Spazio di ascolto N.A.V.

 
Rispetto alle strutture dedicate alle vittime di violenza che basano l'attività sulla relazione tra donne, in  questo caso le équipes al lavoro sono miste e si tratta di figure professionali di sostegno psicologico, psicoterapeutico, educativo professionale e sociologico e il lavoro è svolto in rete con gli altri soggetti istituzionali e associativi previsti nella rete territoriale dei Centri antiviolenza. 
Molto diversa la metodologia di lavoro, che prevede percorsi terapeutici attraverso colloqui individuali e di gruppo, con momenti di verifica sulle risposte, anche sul medio e lungo periodo. Dei 7 centri, tre prevedono anche programmi specifici per autori di reato a sfondo sessuale

Altre attività dei centri sono dedicate a favorire una cultura di prevenzione e contrasto alla violenza di genere, anche attraverso incontri pubblici, laboratori scolastici, nelle carceri ecc. 


Come noto, la legge n. 69/2019 (Codice Rosso) ha introdotto la sospensione condizionale della pena qualora l'autore di violenza partecipi a specifico percorso di recupero, norma che avrà sicuramente un impatto positivo nella fruizione di questo servizio. Non sono infatti confrontabili i numeri di questi centri rispetto a quelli visti sopra, almeno per adesso. Rispetto alle migliaia di contatti pervenuti ai Centri e sportelli antiviolenza dalle vittime, per esempio, l'indagine regionale sui Centri per maltrattanti ne riporta, come primo contatto telefonico nel 2019 in numero di 193. Tra nuove prese in carico e quelle provenienti dagli anni precedenti, in tutto i Centri per autori di violenza ne hanno presi in carico 215. 

L'identikit che emerge dal quadro vede un soggetto mediamente meno scolarizzato rispetto alle vittime, appartenente ad una fascia di età più ampia (tra 31 e 60 anni), che dichiara di agire direttamente violenza sui figli "solo" nel 16% dei casi, ed è spesso portatore di diverse patologie o dipendenze. Anche in questo caso la relazione di coniuge, convivente o ex riguarda l'85% dei soggetti presi in carico. La violenza autoriconosciuta dall'81% è fisica, (per le vittime è soprattutto psicologica), seguita da quella psicologica, quindi, a distanza, lo stalking, mentre appare quasi inavvertita quella sessuale ed economica. 

 

Non c'è dubbio che questi primi parziali dati sui centri per autori di violenza rivelano un grave deficit nella lotta alla violenza sulle donne, che non può limitarsi a curare solo le vittime. Ma si tratta di una presenza importante, frutto di un percorso nato anch'esso in tempi recenti, dalla Convenzione di Istanbul del 2011 e che va implementato e sostenuto, con il coinvolgimento di tutti: enti nazionali e sovranazionali, strutture e operatori, nella logica delle "3P": prevenzione, protezione, perseguimento degli autori. 
Su questo conclude il rapporto della Regione Veneto, coordinato dalla direzione della Cooperazione internazionale con il contributo tecnico di Sistar, il sistema statistico regionale: l'importanza di questi centri, spiega, è fondamentale se pensata "nell'ottica di una rete territoriale composta da tutti gli attori che, a vario titolo e con modalità differenti, possono contribuire alla prevenzione e riduzione di questo fenomeno". Su questo fronte si impegna a favorire una maggiore copertura territoriale e "la necessità di agire ulteriormente sul piano normativo e culturale affinché si inneschino efficaci interventi di prevenzione". 

 

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foto: Matthew Waring su Unsplash