Violenza donne: dati delle attività, Venezia prima per servizi

Donna e madre (immagine by freepik.com)

[19-06-2017] - Calano le strutture di protezione alle donne vittime di violenza in Veneto e aumenta contestualmente il numero di accessi ai centri antiviolenza nel territorio. Nel corso del 2016 le strutture regionali accreditate sono passate da 42 a 40. La nuova fotografia, dalle elaborazioni del sistema statistico della Regione Veneto, è stata scattata a fine maggio 2017 su dati provenienti dagli uffici dell’assessora regionale Manuela Lanzarin, che ne ha dato una prima diffusione nell'incontro "Femminicidio. Prevedere è possibile?" tenutosi venerdì scorso a Palazzo Ferro Fini.  Perdono strutture, in sintesi, Venezia (una casa di secondo livello nel sandonatese) e Padova (ancora una casa di secondo livello).
 

E mentre sta iniziando il nuovo monitoraggio delle strutture, attraverso le schede di rilevazione che gli enti gestori dovranno inviare entro febbraio 2018, ecco arrivare anche il report delle attività di centri antiviolenza, case rifugio e case di secondo livello, che, dopo la legge regionale n. 5 del 2013, sono monitorate dall’ente territoriale per il terzo anno consecutivo, consentendo di osservare con continuità il fenomeno della violenza sulle donne di questa regione.
 

Così, il focus sui centri antiviolenza evidenzia un aumento rispetto al 2015 del 3 per cento circa, per un totale di 2.711 “prese in carico”, ma sono aumentate del 18 per cento anche le chiamate agli sportelli di ascolto e segnalazione (che hanno raggiunto quota 5.300). L’area metropolitana di Venezia risulta al primo posto nell’offerta di servizio con i suoi 6 centri, contro i 4 delle province di Padova e Treviso, i 3 di Vicenza, 2 del veronese e 1 di Belluno. Nel veneziano risultano prese in carico 920 donne, il 34 per cento del totale servito, seguito a distanza da Padova (18%) e Treviso al 17%.

Complessivamente le utenti sono soprattutto italiane – al 70 per cento – e con un’età compresa tra 31 e 50 anni nell’80 per cento dei casi. Le straniere sono presenti soprattutto nel trevigiano (33%) e meno nel padovano dove raggiungono il 22%. Nel veneziano sono al 32%.
 

Oltre il 60 per cento è moglie o convivente, il 57 per cento ha un’occupazione e il 60 per cento possiede un titolo di studio superiore (45%) o una laurea (15%), non certo l’immagine di una classe sociale svantaggiata o culturalmente deprivata. Meno di un quarto di coloro che hanno avuto accesso ai centri antiviolenza hanno sporto denuncia alle forze dell’ordine, mentre poco più di un terzo si sono rivolte al pronto soccorso.
 

Queste donne parlano soprattutto di violenza psicologica (42%), fisica (30%), economica (17%), di stalking (6,5%) e di violenza sessuale. A conferma delle statistiche nazionali, gli autori sono per la maggiore i loro partner – mariti, conviventi – o ex partner, nell’80% dei casi. Solo il 2,2% delle violenze risulta a carico di una persona sconosciuta.
C’è anche molta violenza assistita da parte dei minori, visto che oltre il 70 per cento ha figli/figlie, di massima concentrati nei primi anni di età. A loro le strutture antiviolenza, segnala il report, offrono laboratori ludico-didattici, giochi, materiale didattico e vestiario, oltre al rapporto con le strutture di assistenza sociale, sanitaria e legale del territorio.

La rete dei servizi è un altro dei punti esaminati dal rapporto. La maggior parte di queste donne arriva per scelta personale ai punti di accesso ai servizi antiviolenza, un segnale del buon posizionamento di queste strutture sul territorio. Di certo non è al medico di base che si rivolgono per risolvere il loro problema di conflitto o violenza in famiglia, ma nemmeno ai servizi sociali comunali. Così il 44 per cento non è seguita da nessun altro tipo di servizio. E’ la struttura che attiva in molti casi la rete dei servizi: nel 2016 lo ha fatto per circa 1.300 donne, circa la metà di quelle seguite dalle strutture antiviolenza. Dopo la presa in carico, oltre il 28% viene indirizzata alla consulenza legale, il 27% ai servizi sociali, il 17% alle forze dell’ordine, il 14% ai consultori, fra i servizi più coerenti con le problematiche esaminate.
 

Aggiornati anche i dati per le altre forme di protezione, case rifugio e di secondo livello, strutture segrete adibite alla locazione delle donne fortemente a rischio di violenza reiterata insieme ai loro figli. Nove le case rifugio che ospitano complessivamente 54 donne, di cui 14 da sole, le altre assieme ai loro figli (74 i minori), in parte presenti dall’anno precedente. Per queste ospiti, il report segnala un soggiorno medio di circa 86 giorni. Sono 11 infine le donne ospitate nelle case di secondo livello, soprattutto straniere, per una permanenza media di 5 mesi circa. 
 

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